La vecchia idea dell’anello mancante è associata alla ricerca di un ipotetico individuo, o specie, che colmi il divario evolutivo fra un antenato remoto e la forma moderna di Homo sapiens. Una specie intermedia che manterrebbe alcuni caratteri ancestrali e anticiperebbe alcuni caratteri moderni. Questa idea è legata alla tentazione di porre la nostra specie sul mitologico piedistallo del culmine della creazione, in una linearità -una catena ad anelli, appunto- del percorso evolutivo verso specie sempre migliori, dove al comparire di una nuova si estingueva la precedente. Che però non ha alcuna base scientifica.

La difficoltà nel trovare questo fantomatico anello mancante, e le truffe ad asso collegate (come quella dell’Uomo di Piltdown), è spesso usata anche come fallace argomentazione sulla presunta incapacità della Teoria dell’Evoluzione di Darwin di spiegare come sia comparso l’uomo. È chiaramente parecchio difficile trovare qualcosa che non abbia un senso scientifico preciso, anche alla luce del fatto che molte specie che pensavamo nostre antenate sono invece nostri cugini e hanno convissuto con noi per parecchio tempo, vedi l’uomo di Neandertal. Ma, a pensarci bene, il concetto di anello mancante, oltre che fuorviante, è anche intrinsecamente limitante.
In realtà, infatti, ogni individuo di una specie è una forma di transizione: un punto di passaggio tra i propri genitori e i propri figli. Dove le differenze, seppur lievi, sono sempre presenti ad ogni passaggio generazionale. Infatti, le specie stesse non sono entità assolute, ma categorie arbitrarie che gli esseri umani hanno inventato per classificare la biodiversità. E cambiano costantemente nel tempo.
Quando ritroviamo un fossile di un animale sconosciuto estintosi milioni di anni fa, questo viene accuratamente descritto dai paleontologi e gli viene assegnato un nome scientifico. A quel punto, almeno finché non si trovi un fossile migliore, quell’esemplare è considerato l’olotipo, ovvero il riferimento di una nuova specie. Non c’è però niente di speciale in quell’individuo rispetto alle moltitudini simili, ma non perfettamente uguali, vissute prima, contemporaneamente, e dopo di lui. Tutti sarebbero potuti diventare ottimi olotipi di quella specie, se avessero avuto la fortuna di fossilizzarsi ed essere ritrovati prima di lui, in uno stato sufficientemente ben conservato.
Se quindi abbiamo ritrovato prima il fossile dell’individuo A, e successivamente quello dell’individuo C, allora il rinvenimento il B sarebbe proprio il ritrovamento del famigerato anello mancante fra A e C:

Ma se invece avessimo trovato prima l’individuo B e poi il D, allora banalmente l’anello mancante da cercare sarebbe C, non più B. Lo stesso discorso vale se A, B, C e D fossero popolazioni geneticamente simili o anche specie, come nell’illustrazione qui sopra. Non c’è differenza perché non c’è soluzione di continuità nella vita sulla Terra. E non potrebbe mai esserci: la vita non si è mai interrotta dal più antico antenato comune, il cosiddetto LUCA (Last Universal Common Ancestor) vissuto circa 4 miliardi di anni fa, fino ai giorni nostri.
Se quindi anche accettassimo per un momento l’idea dell’anello mancante come di qualcosa di valido dal punto di vista scientifico, e visto che ogni individuo è una forma di transizione nel continuum dell’evoluzione, dovremmo accettare anche l’idea conseguente che si tratterebbe di una specie che ha perso alcuni degli adattamenti ancestrali e non ha ancora acquisito tutti gli adattamenti della specie successiva: sarebbe giocoforza una forma incompleta.
E allora vedremmo chiaramente che l’anello mancante dell’evoluzione umana è proprio Homo sapiens. Innanzitutto perché saremmo un anello mancante per definizione: il passaggio fra Homo heidelbergensis, dal quale discendiamo, e la specie che un giorno seguirà la nostra. Ma soprattutto perché abbiamo moltissime prove che la nostra forma attuale è tutto fuorché perfettamente e completamente adattata.
Questo approccio provoca un ribaltamento concettuale: anziché cercare anelli mancanti, dovremmo considerare che noi stessi siamo l’anello di una catena evolutiva che non è ancora terminata.
Adattamenti incompleti
Guardando noi stessi da questa prospettiva, è evidente che molti degli adattamenti che caratterizzano Homo sapiens siano lontani dall’essere perfetti. La postura eretta, ad esempio, è un compromesso evolutivo che ci consente di camminare su due gambe, di usare le mani per manipolare strumenti, di avere una migliore visione a distanza grazie alla maggiore altezza, e di percorrere lunghe distanze a piedi con una maggiore efficenza motoria. Ma comporta significative problematiche biomeccaniche: dolori lombari dovuti alla necessaria forma ammortizzante ad S della colonna vertebrale; una maggiore vulnerabilità alle lesioni del ginocchio, che con questa postura sopporta molto più peso; e altre condizioni patologiche comuni che dimostrano quanto il nostro corpo stia ancora cercando di adattarsi pienamente a questa nuova configurazione. I dolori del cosiddetto torcicollo, ovvero la cervicalgia acuta, ad esempio, sono una diretta conseguenza della rotazione della testa dall’ancestrale postura quadrupede, con il muso parallelo alla spina dorsale e foro occipitale posteriore, a quella eretta, con il muso che è ora ruotato di 90 gradi e foro occipitale avanzato.

Gli uccelli sono invece un esempio di animali perfettamente adattati alla postura eretta, anche perché i loro antenati dinosauromorfi la acquisirono più di 230 milioni di anni fa. Probabilmente fu invece solo con Sahelanthropus tchadensis, antenato di Homo sapiens con un foro occipitale abbastanza spostato in avanti, che gli ominidi iniziarono ad assumere una postura parzialmente eretta, circa 7 milioni di anni fa. Decisamente troppo poco tempo per un completo adattamento.
Rimanendo nella zona della testa, sappiamo che la mascella umana si è ridotta nel tempo, ma non ancora il numero di denti. I denti del giudizio, ovvero i terzi molari, spesso non trovano sufficiente spazio per emergere correttamente, causando dolore e gravi infezioni. Prima dell’invenzione della medicina moderna, questo adattamento incompleto poteva facilmente portare alla morte.
Un altro esempio di adattamento incompleto è rappresentato dalla persistenza della lattasi, l’enzima che consente la digestione del latte anche in età adulta. Questa capacità è presente solo in una parte della popolazione umana ed è il risultato di una pressione selettiva relativamente recente, legata alla domesticazione degli animali e al consumo di latte, iniziata circa una decina di migliaia di anni fa. Il fatto che tale tratto non sia diffuso in tutta la popolazione mondiale, ma solo in una piccola parte, sottolinea quanto gli esseri umani stiano ancora percorrendo un lungo processo di adattamento. Il quale, si inizia a intuire, non giungerà mai ad una fine.
La nostra capacità di regolare la temperatura corporea tramite la sudorazione può essere visto come un ottimo adattamento, ma ha i suoi limiti e può quindi essere considerato ancora imperfetto. Sebbene la sudorazione sia un meccanismo efficace, rispetto ad altri mammiferi decisamente più pelosi soffriamo più facilmente di colpi di calore se non beviamo abbastanza, e la nostra capacità di tollerare ambienti estremi è dipendente da tecnologie come i vestiti o la climatizzazione. Questo è particolarmente evidente nell’attuale contesto di cambiamenti climatici, dove temperature estreme e fenomeni meteorologici intensi mettono alla prova i nostri adattamenti fisiologici, evidenziando quanto la nostra specie dipenda ancora da soluzioni artificiali per sopravvivere in condizioni estreme.
Questo esempio serve anche a mostrare che un adattamento come la sudorazione, sviluppatosi in concomitanza alla perdita del pelo, potesse essere un buon adattamento quando bisognava termoregolarsi di giorno ma si aveva il fuoco per scaldarsi la notte. Ma cambiando le condizioni climatiche, diventando più estreme, questo adattamento non è detto che sia più una soluzione migliore e potrebbe diventare invece controproducente.
Se confrontiamo questi esempi con ciò che sono in grado di fare i cetacei, mammiferi come noi ma perfettamente adattati alla vita acquatica, vediamo che la loro forma e fisiologia è ottimizzata per il nuoto, la caccia sott’acqua e la regolazione della temperatura corporea in ambienti marini. Al loro cospetto, Homo sapiens appare come una specie in lavorazione, con tratti che non sono ancora stati pienamente raffinati dalla selezione naturale.
Anche la psicologia è condizionata dall’incompleto adattamento al moderno habitat di Homo sapiens. Non è quasi più presente il rischio di incontrare un predatore o altri pericoli concreti, o perlomeno è quasi ovunque una evenienza notevolmente ridotta rispetto al passato. Questo rende le risposte innate di fight or flight una causa di stress e ansie di fronte alle minacce più astratte della vita moderna, come il lavoro, le scadenze, gli esami, eccetera. Pure l’isolamento sociale, tipico delle grandi città, può portare a problemi psicologici proprio perché contrasta con l’ambiente collaborativo e sociale nel quale la nostra specie si è evoluta. Come per i cambiamenti alimentari legati alla nascita dell’agricoltura, il mutamento della società umana è di fatto una nuova pressione selettiva per la quale gli esseri umani non hanno ancora sviluppato dei pieni ed efficaci adattamenti.
Lo stesso grande e complesso cervello, l’organo che più di tutti che ci ha permesso di sviluppare la tecnologia, se è poi diventato la causa di cambiamenti ambientali tali da rendere meno adattata la nostra specie, potrebbe non essere più un vantaggio come in passato. Esseri umani meno intelligenti potrebbero paradossalmente riuscire a sopravvivere meglio come specie, senza estinguersi.
Una continua ramificazione senza scopo
Ma come, una specie meglio adattata non è necessariamente quella più intelligente? L’evoluzione, infatti, non lavora per raggiungere una ipotetica perfezione, dove l’uomo intelligente vince qualsiasi sfida. È invece guidata ciecamente dalla selezione naturale che testa le mutazioni emerse casualmente nel DNA e favorisce solo le soluzioni funzionali che permettano all’individuo di sopravvivere e riprodursi in un determinato contesto. Contesto che cambia continuamente. Homo sapiens non fa eccezione: i nostri adattamenti sono il risultato di compromessi e limitazioni imposti dalla nostra eredità genetica e dall’ambiente in cui viviamo.
Questo ci porta a un punto fondamentale: sebbene spesso ci percepiamo come l’apice dell’evoluzione, la realtà è che siamo semplicemente un ramo su un albero in continua ramificazione. Darwin stesso l’aveva capito. Nel capitolo VI de “L’origine delle Specie”, intitolato Le difficoltà della Teoria, non usò mai il termine anello mancante, che era già in uso a quei tempi, ma parlò solo di forme di transizione, non sempre facilmente rinvenibili nei fossili. Invece, già pensava, vent’anni prima della pubblicazione della sua opera, che l’evoluzione seguisse una struttura grossomodo ad albero.

Ma molti rami dell’albero evolutivo si sono già seccati – il 99,9% delle specie che sono esistite è oggi estinta – e non c’è garanzia che il nostro ramo sopravviverà o darà origine a nuove specie. Quindi per essere una vera forma di transizione è necessario che esista la “prossima specie umana”. Ciò dipenderà non solo dalla nostra capacità di adattarci biologicamente, ma anche dalla nostra abilità di preservare l’ambiente che ci circonda, a partire appunto dai cambiamenti climatici, che rappresentano una delle maggiori minacce al nostro futuro come specie.
Questo significa anche che i nostri comportamenti, resi possibili dalla genetica, ma che si modificano individualmente e si tramandano culturalmente, possono influenzare molto, e più velocemente della genetica, il nostro stesso percorso evolutivo. Solo la cultura, proprio per la velocità con la quale si può diffondere nella società umana, ha la speranza di contrastare gli effetti negativi di tecnologie altrimenti fuori controllo.
Sta a noi scegliere se continuare a far seccare una enormità di rami, compreso prima o poi il nostro, o sfruttare le nostre capacità cognitive per il bene dell’albero della vita.
Conclusione
Si può immaginare ogni singolo individuo come un anello di congiunzione, non in una catena ma nella grande rete della vita. Non esiste una linea retta nell’evoluzione, ma un intreccio complesso di ramificazioni, di cui noi siamo parte. Gli adattamenti che abbiamo oggi non garantiscono un futuro luminoso alla nostra specie: il nostro successo dipenderà dai nostri comportamenti e dalla nostra capacità di preservare un pianeta abitabile. Perché le mutazioni casuali, sulle quali è basata l’evoluzione, non sono così veloci come i cambiamenti che stiamo causando al pianeta.
Ed è importante ricordare che l’evoluzione non è guidata da un obiettivo prefissato. Lavora con il materiale disponibile e, spesso, fa del suo meglio con risorse limitate. L’idea provocatoria di Homo sapiens come anello mancante serve a sottolineare che non siamo la meta, ma parte di un processo in divenire. Un processo che potrebbe non fermarsi mai, ma che, per continuare, richiede il nostro impegno attivo nel proteggere il nostro pianeta e le specie che lo abitano insieme a noi.
Fonti
- L’origine delle specie, Charles Darwin
- Il più grande spettacolo della Terra: Perché Darwin aveva ragione, Richard Dawkins
- La scimmia nuda, Desmond Morris
- La Rivoluzione Piumata (Volume Primo), Andrea Cau
- Evoluzione Culturale, Luigi Luca Cavalli-Sforza
- Come il cranio rivela il bipedismo, Le Scienze
- Quante specie animali sono mai esistite sulla Terra?, La Stampa
Wikipedia

Lascia un commento