Ieri è apparso un articolo su Repubblica (qui, ma anche tanti altri giornali italiani, come l’altro ieri su il Fatto Quotidiano), il quale riferisce di un “nuovo” articolo del Daily Mail che a sua volta riporta un articolo, pubblicato sulla rivista Heritage nel 2022 da alcuni ricercatori italiani, intitolato “X-ray Dating of a Turin Shroud’s Linen Sample” ovvero “Datazione a raggi X di un campione di lino della Sindone di Torino”.
Intanto, quindi, non si tratta di un nuovo studio, e i giornalisti hanno avuto ben 2 anni per leggersi l’articolo (gratuitamente visibile). Cosa che forse hanno fatto solo quelli del Daily Mail, che –nonostante non abbiano una nomea di particolare autorevolezza– hanno riportato le informazioni in un modo molto più approfondito di Repubblica. Poi c’è da sottolineare come la rivista Heritage abbia un impact factor di 1.7, che non è molto alto (per confronto, Nature ha 50.5 e The Lancet 98.4). Per quanto lo stesso impact factor sia una metrica con i suoi limiti, il quadro globale suggerisce qualche lecito dubbio.
Detto questo, veniamo al contenuto. Le analisi mirano a misurare la depolimerizzazione della cellulosa che costituisce il telo. La cellulosa è un biopolimero: ovvero una lunga catena di molecole di glucosio che le piante usano per rendere le proprie pareti cellulari robuste e resistenti. Con il tempo questa catena si può rompere e tornare ai suoi costituenti originari. La velocità con la quale questo accade dipende da moltissimi fattori quali la temperatura, l’umidità, il pH, presenza di ossidanti o altri contaminanti chimici, luce (e in particolare raggi ultravioletti), stress meccanici e infine da attività di microorganismi.
Lo studio decide arbitrariamente di usare solo temperatura e umidità.
Non solo, perché si legge chiaramente che per arrivare alla conclusione che la Sindone di Torino possa essere stata fabbricata duemila anni fa, si deve imporre che, nei 13 secoli prima che spuntasse fuori dal nulla in una cittadina francese, dovesse essere stata ben conservata ad una temperatura temperatura media di 22,5°C ± 0,5°C e una umidità del 55% ± 5%. È molto chiaro: se usciamo da questo intervallo, la datazione sarebbe più antica o più recente.
Una volta arrivata in Europa, è stato calcolato che nei successivi 7 secoli la temperatura media potesse essere stata di 20,5°C ± 0,5°C con una corrispondente umidità del 75% ± 5%. I ricercatori concludono quindi che “abbiamo un intervallo di temperature medie secolari consentite di 20,0-22,5 °C, correlate a un intervallo di valori medi di umidità relativa del 75-55%, come vincoli climatici, affinché la Sindone di Torino sia una reliquia vecchia di 20 secoli”.
Per essere più precisi di quanto scritto nelle loro conclusioni, dalle formule che sono state usate si può dedurre che temperatura e umidità sono direttamente proporzionali alla depolimerizzazione della cellulosa. Quindi dovevano trovarsi su una retta che congiunge i due estremi. Una temperatura di 22,5°C e una umidità del 75%, infatti, sarebbe fuori da tale retta e darebbe una datazione più recente, pur trovandosi nell’intervallo.
Se però la Sindone di Torino esiste da 2 mila anni, ed è stata portata in Europa 700 anni fa, sicuramente è stata esposta a temperature e umidità molto differenti nel tempo, in ogni tappa che potrebbe aver fatto nel lungo ed incognito viaggio compiuto nei 13 secoli attraverso il Mediterraneo. Di conseguenza la particolare combinazione di condizioni climatiche alle quali è stata effettivamente esposta è sostanzialmente indeterminabile.
Ma pare che i ricercatori siano certi che le condizioni di conservazione degli ultimi 700 anni in Europa, dove fa più fresco, abbiamo evitato il completo ingiallimento del tessuto, che avrebbero reso l’immagine indistinguibile. In pratica, sostengono che la temperatura sia scesa –e di conseguenza l’umidità sia cambiata esattamente di quanto avrebbe dovuto– per far tornare i loro conti su depolimerizzazione e ingiallimento basati sull’assunzione che la Sindone di Torino risalga al primo secolo. Che curiosa combinazione.
In sostanza, anche concedendo che le analisi siano impeccabili (cosa tutta da dimostrare), stiamo soltanto dicendo che la Sindone di Torino potrebbe risalire a 2000 anni fa, così come a molti secoli successivi o precedenti, in base alle effettive condizioni di conservazione. Tuttora sconosciute.
Già da tempo sappiamo che i primi documenti a parlare della Sindone di Torino risalgono al 1353, e che la postura innaturale delle mani e dei piedi, tipiche però dell’iconografia medievale, possono far pensare che non si tratti affatto di un reperto della Palestina del primo secolo. Inoltre è dagli anni ’80 che la datazione al radiocarbonio ha confermato l’origine medievale. Ma se anche fosse stata veramente fabbricata 2000 anni fa, nulla garantisce che non sia comunque un falso confezionato da un artista (proprio come quello che confessò a Pietro d’Arcis di averla dipinta nel medioevo) o che sia il sudario di qualche altra persona.

Insomma, sembra che lo studio sia stato condotto sotto forti pregiudizi. Nell’articolo vengono anche citati altri studi a supporto della loro tesi, ovvero dell’esistenza della Sindone di Torino ben prima del 1300. Come ad esempio quello studio che confronta una immagine di Cristo incisa su una moneta bizantina del decimo secolo e la identifica come ispirata alla Sindone di Torino. Probabile caso di pareidolia.
Uno dei tanti studi condotti per volontà non propriamente scientifica.
Fonti:
- X-ray Dating of a Turin Shroud’s Linen Sample, di Liberato De Caro, Heritage, 2022
- Daily Mail
- Il Fatto Quotidiano
- Byzantine Coins, the Shroud of Turin and the Holy Grail
- Degradation of Cellulose Derivatives in Laboratory, Man-Made, and Natural Environments
Nejla B. Erdal and Minna Hakkarainen, Biomacromolecules. 2022 - Wikipedia: Sindone di Torino

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