Il Ginkgo biloba ha una storia evolutiva molto particolare e che definirei triste. Il ramo dell’albero della vita sul quale sopravvive è incredibilmente isolato dal resto degli esseri viventi. Ed è un ramo così sottile che la sua stessa esistenza in natura è fortemente minacciata.
Il Ginkgo biloba è tuttavia una pianta molto conosciuta, coltivata come albero ornamentale in tutto il mondo. Grazie alla sua notevole resistenza al freddo (fino a -35°C) e l’alta tolleranza all’inquinamento, è piantato praticamente ovunque: da 300 anni in Europa e da 200 in Nord America, ed è l’albero simbolo di Tokyo. Le sue foglie, dalla forma riconoscibilissima, vengono usate a scopo medicinale, mentre i semi (previa torrefazione) come cibo prelibato in Asia. Quindi è sì, molto diffusa, ma solo per volere dell’essere umano.
È proprio in Asia, in due remote valli nel sud-ovest della Cina, che esistono gli ultimi pochi esemplari nativi di questa specie, con alcuni studiosi che dubitano pure che siano effettivamente esemplari selvatici. Per questo, infatti, nonostante esistano moltissimi esemplari in cattività, la specie è considerata in pericolo di estinzione allo stato selvatico secondo il NatureServe conservation status, e fa parte della Lista Rossa IUCN. Le poche aree naturali dove sopravvive sono soggette alla riduzione dell’habitat a causa dell’espansione umana. E le prospettive non sono per niente buone.

Se il Ginkgo biloba si estinguesse in natura, la sua esistenza in vita dipenderebbe dai capricci e dalla convenienza economica dell’unica specie che la mantiene in vita: la nostra. Ma avrebbe comunque bisogno anche di una buona dose di fortuna. Che però, negli ultimi milioni di anni, sembra essersi esaurita.
Riproduzione e genetica
Innanzitutto, questa pianta ha la sfortuna di essere una specie a riproduzione sessuata ma dioica, ovvero una condizione poco diffusa nel regno vegetale, dove ogni pianta può produrre solo organi sessuali maschili o solo organi sessuali femminili. Curiosamente, è una delle poche piante con cromosomi sessuali e le combinazioni di questi sono le stesse degli esseri umani: XY per gli individui maschili, XX per quelli femminili.
Gli esemplari femminili producono in primavera strutture a forma di albicocca: la parola ginkgo, trascritta erroneamente dal giapponese ginkyō, deriva a sua volta dal cinese e significa infatti “albicocca d’argento”. Queste strutture non sono fiori né frutti, ma ovuli ricoperti da un involucro carnoso, e vengono prodotte in ogni caso, indipendentemente dal contatto con il polline maschile, che viene portato dal vento. Tra impollinazione e fecondazione passano dai 4 a i 7 mesi. La fecondazione avviene quindi a terra, all’inizio dell’inverno, quando gli ovuli, caduti dalla pianta madre in autunno, hanno già la parte esterna in fase di decomposizione. I semi che si formeranno sono ricoperti da un involucro carnoso e hanno un odore sgradevole.
Per questo motivo l’essere umano sceglie di piantare esclusivamente esemplari maschili, quando vengono coltivati per scopi ornamentali. E ciò chiaramente limita enormemente la possibilità di riproduzione naturale al di fuori di aree specificamente gestite per la conservazione della specie, come è stato fatto ad esempio nei monasteri cinesi, per più di mille anni.
A questo punto una domanda sorge spontanea: come si può far riprodurre un albero maschile quando non ci sono alberi femminili a disposizione? Ebbene, si usa la tecnica della margotta, che consiste nel piegare a terra e far radicare un ramo ancora collegato alla pianta originale. Questa tecnica sfrutta la capacità che hanno i giovani rami di emettere radici se scortecciati e ricoperti di terra. La maggior parte dei Ginkgo biloba coltivati a scopo ornamentale sono quindi solamente cloni maschili, e non contribuiscono alla diversità genetica della specie.
Senza diversità genetica, una specie è in perenne bilico, costantemente in grave pericolo di estinzione, non importa quanti esemplari ne esistano. Un nuovo agente patogeno, ad esempio, può facilmente sterminare anche un gran numero esemplari, se sono tutti egualmente incapaci di difendersi.
È un principio che vale per tutte le specie, non solo per il Ginkgo biloba.
Storia evolutiva e classificazione
Abbiamo detto che i Ginkgo biloba non producono fiori propriamente detti, né frutti. Fanno parte infatti del gruppo delle Gimnosperme: tutte piante che producono strutture di foglie fertili, gli strobili (detti anche coni o pigne), che generano semi nudi, non protetti da frutti. Di questo gruppo fanno parte anche le più conosciute conifere, che hanno strutture analoghe, anche se meccanismi di riproduzione non identici. In pratica in questo gruppo ci sono tutte le piante non Angiosperme, famose per aver inventato i fiori.
Il gruppo delle Gimnosperme ha avuto origine 319 milioni di anni, nel tardo Carbonifero, a quanto pare grazie ad un evento di duplicazione completa del genoma. Un tipo di evento che avviene relativamente di frequente nelle piante e che è il motivo per cui il DNA della cipolla è 5 volte quello di Homo sapiens, e quello del Ginkgo biloba circa il triplo, di cui i tre quarti ripetitivo.
Alla fine del Carbonifero, queste Gimnosperme ebbero così tanto successo che soppiantarono i grandi Licopodi, gli alberi fino ad allora dominanti, che formavano le prime grandi foreste della Terra, insieme alle felci arboree e agli equiseti giganti. Oggi li ritroviamo come depositi di carbone fossile, ovunque nel mondo.

La classificazione tassonomica ci dà un idea di dove trovare il Ginkgo biloba nell’albero della vita. Infatti, il gruppo delle Gimnosperme, come accennato, contiene la folta divisione delle conifere, ma anche altre divisioni, tra le quali quella chiamata Ginkgophyta. In questa, ad oggi, esiste la sola classe Ginkgoopsida, che a sua volta contiene l’unico ordine Ginkgoales, di cui fa parte una sola famiglia, quella delle Ginkgoaceae, contenente l’unico genere Ginkgo. E l’unica specie sopravvissuta di questo genere è proprio Ginkgo biloba.
Non è stato sempre così. La famiglia delle Ginkgoaceae conteneva vari generi, alcuni risalenti già a 300 milioni di anni fa, ma sono tutti estinti, tranne appunto il genere Ginkgo. Sono stati trovati fossili di questo genere risalenti a 250 milioni di anni fa, morfologicamente molto simili all’attuale Ginkgo biloba che, per questo, viene definito impropriamente “fossile vivente”.
Pian piano, il numero di specie di questa famiglia diminuì, probabilmente a causa della migliore adattabilità delle Angiosperme. Attorno alla fine del Cretacico, 66 milioni di anni fa, mentre gran parte dei dinosauri si stava estinguendo, esistevano 3 famiglie e 16 generi dell’ordine Ginkgoales, ancora ben distribuiti e differenziati in tutto il mondo. Il genere Ginkgo è scomparso dal Nord America solo 7-10 milioni di anni fa (per tornarci negli ultimi secoli ironicamente solo come albero da ombra nelle città). Negli ultimi milioni di anni si hanno tracce solo in Cina. Questo crollo vertiginoso della biodiversità e della diffusione dei rappresentanti della divisione Ginkgophyta è stata quindi frenata dalle coltivazioni umane, che però sono le stesse che minacciano la completa estinzione di questo ramo dell’albero della vita.
Essere l’unico rappresentante di un ramo risalente a circa 300 milioni di anni fa: ovvero essere l’unica foglia di un ramo il cui discendente comune con le altre piante risale a 300 milioni di anni fa. Difficile rendersi conto di cosa voglia dire dal punto di vista evolutivo. Per fare un paragone, è come se noi Homo sapiens vivessimo in un mondo senza altri primati, senza i nostri cugini roditori, senza gatti, cani, orsi, cervi, cinghiali, elefanti, ippopotami, balene, ornitorinchi, e senza nessun altro mammifero, oltre a tutte le altre forme già estinte del gruppo dei Synapsida. Con i parenti più stretti ancora in vita rappresentati solo da rospi, lucertole e uccelli. Uno spaventoso abisso di solitudine genetica difficilmente immaginabile. Per fortuna un albero non può esserne consapevole.

Che futuro per il Ginkgo biloba?
E se dovesse passare di moda piantarli, se nessuno volesse più cucinarne i semi o usarne le foglie? Il Ginkgo biloba certamente non ce la farebbe a sopravvivere e a diffondersi autonomamente. E questo anche se gli habitat venissero miracolosamente lasciati indisturbati. Per sopravvivere, infatti, una specie deve potersi riprodurre e deve riuscire a diffondere i propri discendenti. Vi ricordate i semi carnosi e maleodoranti? C’è sempre una spiegazione adattativa quando esiste un seme con queste caratteristiche. La disseminazione dei semi di Ginkgo biloba in natura non può avvenire per semplice caduta come nelle conifere, o grazie all’azione del vento come in molti fiori che producono i cosiddetti soffioni, come ad esempio il tarassaco.
Nel caso dei semi di Ginkgo biloba, la dispersione dovrebbe avvenire per zoocoria, ovvero a opera di animali che li trasportano distanti dalla pianta madre. Ma non sono attualmente noti animali che potrebbero essere coinvolti nella dispersione dei semi, attirati dall’odore e convinti a ingoiarne in quantità dalla loro carnosità.
Questo purtroppo suggerisce che tali animali, necessari alla sopravvivenza in natura del Ginkgo biloba, certamente esistevano, ma sono ormai estinti.
Fonti:
- Botanica Sistematica, Judd e altri (2019).
- TimeTree.
- Varie voci su Wikipedia, linkate nel testo.
- Illustrazioni create tramite l’intelligenza artificiale generativa DALL-E.

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